Fra i luoghi del cuore che fanno parte dei miei ricordi ce n’è uno che puntualmente riaffiora all’ approssimarsi dell’ estate : il Passetto e le sue grotte.
Si trovano ad Ancona , una città per metà circondata dall’ Adriatico , dal suo mare azzurro e la sua costa bianca e rocciosa.
Il sole di giugno di primo mattino la veste di un bagliore particolare e d’ un tratto la città appare per quella che è: un filo estranea al resto delle Marche ma più affine alla Grecia, come se un tempo lontano si fosse staccata da un lembo di qualche isola ionica e determinata all’ esilio.
Alla luce dell’ alba questo luogo mi piace in maniera particolare , mi sento Leucotea che rinasce al mattino e come la dea emergo dall’ oscurità liberata dal tempo che sempre piu’ mi allontana da ciò che ero.
Ritorno cosi leggiadra e bambina.
“ C’è una legge, Issione , cui bisogna ubbidire”
“ Ma qui , cara Nefele, la legge non arriva. E quando viene il giorno chiaro e tu ti accosti leggera alla rupe, e’ troppo bello per pensarci ancora”
Ho tre anni e volteggio nell’ acqua, sono senza timore e materia. Mia zia mi osserva dalla battigia. Da queste parti si gioca di sassi e cemento,
Un’ architettura un po’ ardita ha disegnato il tratto di costa con uno scalone
monumentale, io però volevo l’ ascensore perché fluttuante nel vuoto.

Mia zia parla con i vicini di sale e di sole. Lei si chiama Vita per scaramanzia, dopo undici figli morti, con questo nome la sorte è mutata, e ora è lì che mi porta al mare e conduce il mio sogno.
La percezione della leggerezza l’ ho avvertita qui tra queste acque dai fondali verdastri, tra i grottaroli che tornavano con la batana piena di moscioli mentre le donne preparavano il sugo.
A volte pensavo che vivessero qui tutto l’ anno, in quelle grotte arredate con poco: un lavandino, dei fornelli, un tavolo e qualche sedia.
Il Passetto sembrava un piccolo e modesto paese nella città dai quartieri eleganti, dove abitavo con la mia famiglia un filo distratta e senza timone.
La zia era un punto di riferimento certo come era certo il Passetto al mattino e il bagno di cui avrei goduto. Verso casa mi aspettava il nonno, l’ anarchico. Sì sedeva su una panchina del viale e ancora , nonostante l’età, aveva il suo pubblico. Da bravo oratore qual’era librava il suo spirito.
Non esiste un luogo nell’ Adriatico come Ancona. Questa città è un’ isola incompresa.
E anche il carattere dei suoi abitanti non è capito , il vero anconetano di regola è spartano, parco nella scelta e nelle parole , a tratti rozzo, arcadico misto a laconico, insomma e’ greco senza saperlo ma della stirpe micenea non minoica, quella cioè che viene dai Balcani.
Che cosa e’ mutato Nefele?
Nulla e tutto. Ne’ il sole né l’ acqua. Son mutati gli uomini e la loro sorte.
L’ acqua, il vento, la rupe e la nuvola non son più cosa vostra, non potete più stringerli a voi generando e vivendo. Altre mani ormai reggono il mondo. C’è una legge, Issione
Quale legge?

Lo sai, la tua sorte, il limite.
Adesso ci sono grotte arredate di bianco e d’ azzurro come si fosse a Lipari, e’ arrivata una spiaggia di sassi di fiume e il bagnino che porta i lettini, ma è rimasto lo spirito di fondo, libero e salmastro, io lo avverto anche nei giorni di ressa : gli spiriti indomiti non chinano mai la testa sebbene abbronzati e rugosi , si confondono tra i bagnanti e alcuni han persino il cagnetto , non sia mai, questa è una spiaggia libera, forse l’ unica rimasta davvero.
Per quanto ancora?
Ma è pur sempre mutato il destino, Nefele,
Che vuoi dire?
Che è mutato, siamo tutti asserviti a una mano più forte.
Chi lo dice?
Non sfidare il destino, e’ la sorte. Tu giochi e non conosci gli immortali.
Vorrei conoscerli , Nefele.
Issione, tu credi sian presenze come noi, come la notte, la terra e il vecchio Pan, sei ancora giovane Issione nonostante tu sia nata sotto il vecchio destino.
Sono immortali e non san vivere soli. E se tu li disgusti ti piombano addosso e ti danno la morte, quella morte che loro conoscono.
Dunque si può ancora morire?
Si può ancora morire e credere di essere vivi.
Ancona è una città che ha subito mille offese, luogo di transito dai molti legami e simboli che sfuggono ai viaggiatori distratti e persino ai suoi abitanti alla moda, il mare però è il testimone silente delle vite che restano e si tramandano, ma anche il mistagogo latente di un’ altra dimensione che ai più rimane ignota.
Basta Issione intercedi in affari che non ti competono.
Lo vedi che il tuo sogno non ti basta piu’?
E che credi al tuo sogno come fosse reale?
Io ti supplico Issione, non salire alla vetta.
Mi spiace deluderti ma io qui ci sto bene.
Tutto mi manca e di tutto posso fare a meno ma non dei ricordi
quelli lasciameli almeno in estate
al mattino
tra le pietre consunte e il bagliore del sole
Ergo torno giù tra i mortali almeno ora
per una breve stagione.
Liberamente tratto dai “ Dialoghi con Leucò” , di Cesare Pavese
