Qualche giorno fa, nei miei soliti giri per le Marche, ho transitato per Arcevia, un ameno paesino arroccato sulle prime alture alle spalle di Senigallia.
Pensavo a Gherardo Cibo e ai suoi disegni in cui mi ero imbattuta tempo fa in una biblioteca locale e subito, percorrendo il centro storico, ho cominciato a chiedermi quale fosse il suo palazzo mentre la via d’improvviso si animava di gente, carretti coi cavalli, tende svolazzanti dalle finestre aperte, servette che pulivano gli androni osservandomi di sguincio. Mi fa sempre così quando mi calo nella storia: m’immergo in un tempo che non è più il mio ma chi può dire a chi appartenga il tempo dopotutto? Qualcuno l’ha mai forse posseduto? E così, tra questi pensieri che mi rollavano in testa, gli ho chiesto di accompagnarmi al racconto che volevo narrare, quella di un uomo che nel Cinquecento era vissuto da queste parti ed era stato un valente botanico e pittore.
Alla richiesta non si è materializzato nessuno ovviamente, continuavo a vagare nelle strade mentre pensavo alla sua vita da queste parti: a come fosse stato il passaggio dalla Roma in cui era nato e cresciuto, lui che era di nobile stirpe e nipote di un papa, alla rupestre Rocca Contrada, così si chiamava Arcevia un tempo, a quel suo amore per le piante che traspariva dai disegni e ho pensato che qui si sentisse libero, abbandonata la carriera militare e diplomatica che lo portava in giro per l’Europa e senza reali preoccupazioni economiche poteva permettersi di dedicare la sua vita a ciò per cui era nato realmente.
Poi, a forza di pensare e camminare, mi sono mi sono ritrovata in auto pronta per ritornare a casa.
Per strada avevo sempre in mente i suoi bellissimi disegni. I paesaggi rupestri sullo sfondo, le colline, i contadini coi covoni, i pastori e le case coloniche alternate con le torri, e quelle piante sovradimensionate e ardimentose in primo piano come a ricordare che è la natura la vera Dea, la madre di tutte cose che ci sovrasta e ordina nella molteplicità del suo Creato.

Nel mentre che scendevo guardavo anch’io le colline, non avrei potuto mai dipingerle perché non era quella la mia vera natura, avvertivo una sorta d’invidia nell’essere stato così capace di esprimersi e allo stesso tempo essere così incapace di credere ai suoi molteplici talenti.
Perché nella vita si racconta avesse un carattere bonario e generoso tanto da regalare i suoi disegni senza pensarci molto, segno che non ne teneva conto. E difatti fino a qualche tempo fa la paternità del suo operato era stata assegnata a dei suoi amici, appassionati di botanica anche loro.
E’ stata la testardaggine di una studiosa, Lucia Tongiorgi Tomasi a svelare l’arcano e, assieme a Giorgio Mangani, ne ha scritto un libro. Quei disegni che ora si trovano alla British Library di Londra e alla Marucelliana di Firenze sono di Gherardo Cibo e non altri e sarebbe veramente ora che qualche amministrazione locale illuminata gli dedicasse perlomeno una mostra.
Era arrivato nelle Marche dopo il sacco di Roma, dapprima era riparato a Camerino dai parenti, poi aveva dirottato per Arcevia dove si trovavano sua madre e sua sorella, monaca in un Convento nei pressi. Aveva studiato a Bologna dal botanico Luca Ghini, in contatto con i medici più illuminati e potenti al soldo degli Asburgo, si era avvicinato ai fiamminghi dopo aver scoperto la loro pittura in un viaggio nelle Fiandre su incarico di Carlo V al fine di sedare una rivolta che riguardava il nuovo corso politico religioso: l’inquisizione spagnola non era gradita da quelle parti, non si era in Italia e i nuovi dettami del Concilio Tridentino non erano cosi benvoluti nel resto d’ Europa in odor di eresia post luterana.
Forse anche per questo l’alchimista Gherardo Cibo era riparato nelle Marche, perche’ le erbe erano considerate materiale sospetto, affine alle streghe e alla loro equivoca natura, forse il suo fare appassionato ma non sistematico era solo una strategia per proseguire i suoi studi indisturbato.
In quel suo rifugio lontano da Roma Gherardo raccoglieva, essicava e schedava le piante , pur tuttavia di lui per diversi secoli si è ignorata persino la paternità dei suoi erbari, oggi consultabili in molte biblioteche nazionali come a Roma e a Fermo. Conosceva talmente le erbe tanto da cimentarsi in trattati sul modo di far pittura e colorire piante e paesi creando lui stesso pastelli “stemperando erbe, bacche fiori e semi.”
La stessa arte figurativa fiamminga , da cui i suoi disegni presero spunto , gli consentiva quei vistosi salti prospettici che mettevano le piante in evidenza, garantendo al disegno un certo fascino narrativo del tutto originale. Le sue rocche, i suoi archi, i paesaggi lacustri servivano forse a confondere il messaggio: l’esposizione sovradimensionata della pianta sanciva la sacralità della natura che governa il cosmo, il rispetto verso le sue leggi che ci guidano e consentono di vivere in armonia su questa terra.
Diceva Ernst Junger: “quando le fontane si dissecano si fa tacere il ronzio nichilista di una ragione che evoca mostri ed incubi di ogni sorta e si ricomincia a contemplare paesaggi, piante, stelle, animali e acque per riacquistare il senso del reale”.
E’ questo che deve aver fatto Gherardo Cibo riparando ad Arcevia. E ci è riuscito magnificamente.
