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Arte per arte a Matelica: La Madonna di Costantinopoli

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Le opere d’ arte vanno viste in una duplice versione: la committenza e l’ iconografia.

 

Per quanto mi piaccia l’ arte mi  sono sempre più sentita  attratta dalla storia che ha generato quell’ opera per un motivo molto semplice: non ho la competenza dello studioso di storia dell’ arte.

 

Per questa ragione, quando ho deciso di avvicinarmi alla pittura di Giovanni Bellini nelle Marche ho avuto l’ impressione di dover affrontare qualcosa che era al di la’ delle mie capacità narrative; la sua storia personale non mi attirava molto e probabile anche i suoi dipinti in generale nei quali tuttavia riconoscevo una maestria che, se prendevo ad esempio la Pala di Pesaro, superava di gran lunga quella di altri artisti, senza  spiegare come.

 

Ma ugualmente , poiché mi piacciono le storie, per parlare del Giambellino nelle Marche mai  avrei pensato di finire a Matelica.

Mi sta bene, così imparo ad avventurarmi in campi che non sono i miei.

 

Da cosa sono stata attratta allora? Si vabbè dalla storia ma non solo. Basta vedere la Tavola, magnificamente custodita al Museo Piersanti situato nel centro di Matelica, per vedere che siamo assolutamente fuori contesto, non sono le Madonne del Bellini solite, parlo di quelle di Giovanni ovviamente, per cui devo per forza dirottare sulla mano di suo padre Jacopo e del suo fratellastro Gentile come dichiarano gli esperti.

 

Mi riferisco alla Madonna di Costantinopoli con tanto di predella, che si può ammirare nel già citato Museo.

 

Un’ opera su commissione, sostanzialmente aurea dal punto di vista del campo ottico eppure l’ artista , anzi gli artisti in questo caso tentano di superare lo stadio rudimentale del puro colorismo bizantino e di esprimere forma e colore laddove il chiaroscuro è ridotto al minimo.

 

Perché? Perché sono veneziani prima di tutto e poi veneti. Persino parenti stretti col Mantegna.

 

Nonostante il committente, tal Bartolomeo Colonna da Chio, non lo sia affatto: è greco di stirpe genovese ma vissuto per la prima parte della sua vita nell’ isola di Kios, nelle Cicladi.

 

E’ quindi la storia di chi ha lasciato il cuore in quei luoghi per sfuggire alla malasorte: la presa di Costantinopoli nel 1454  da parte degli Ottomani, un cambio di programma e di prospettive che sconvolse tutti i paesi del Mediterraneo e li dirotto ‘ in seguito al nuovo mondo di Cristoforo Colombo.

 

Fu’ così aperto e rafforzato quel corridoio adriatico che diede avvio all’ epoca d’ oro per l’ arte e la politica italiana che raccolse il testimone: stiamo parlando del Rinascimento.

 

Rinascimento da cosa e perché? Non certo e non solo dal Medioevo come ci fu’ raccontato al Liceo, ma dalle ceneri di una civiltà più evoluta e ciò nonostante e’ caduta.

Questo dovrebbe far riflettere.

 

Bartolomeo Colonna fuggì da Kios, approdò prima Creta e poi viro’ verso Ancona, probabile aiutato da alcuni amici tra i quali Ciriaco Pizzecolli, umanista dedito ai commerci nel Mediterraneo e poi per una serie di casualità che non sono mai casuali giunge a Matelica dove gli viene offerta una commenda come Abate dell’ antica Abbazia di Rotis,  nelle estreme vicinanze.

 

Con se  lo raggiunsero una cinquantina di esuli di origine genovese e veneziana e qui tentarono di ricominciare una nuova vita.

 

Bartolomeo è un uomo pieno di risorse, conosce il greco e il latino nonché tutte le opere classiche e grazie a quella commenda che gli concede una relativa tranquillità si avventura anche nella stampa, si è vicini a Fabriano del resto e l’ attività tipografica si tramuta in un libretto che oggi è custodito nella Biblioteca Ambrosiana di Milano dal titolo “ Vita della Madonna “ di Antonio Cornazzano.

 

Matelica era stata scelta come luogo di elezione e devozione della Madonna di Costantinopoli che Bartolomeo commissionò alla celebre bottega veneziana di Jacopo Bellini dove lavorano anche i suoi figli.

Il senso del Nostos – la nostalgia- viene trasferito in una tavola raffigurante l’ Oditrigia ,   Ὁδηγήτρια,   cosi’ viene definita, ovvero colei che guida, che li aveva infatti guidati tutti e tratti in salvo fino a qua.

 

Come non ringraziare Lei e la comunità donando un quadro così importante?

 

Provo a descrivere la tavola guidata anch’ io dal mio amore verso l’ arte: di Lei mi piace quello sguardo sereno,

 

 

 

differente dalla fissità ieratica delle Theotokos greche, come se avesse già’ passato il Calvario di quel Bambino raccolto nel suo manto sepolcrale dove la  Sua natura umana viene ricordata in quella nudità appena velata,

giusto per farci capire che Lui è sceso nel mondo e si è fatto uomo in mezzo a noi, non usufruendo cioè della sua natura divina che gli avrebbe evitato quantomeno la sofferenza e la collana di corallo rosso ne è   l’indizio:

rappresenta il sangue che è scorso per purificarci, come il sangue che è scorso sulle vie di Costantinopoli come racconta Isidoro di Kiev presente alla catastrofe, sacrificata come un agnello per ripulirci dal male che l’Occidente  non abbiamo saputo combattere.

 

L’ ignavia è il peggiore dei nostri mali, il più spregevole perché conduce al nulla che altro non è che la morte in vita.

 

Con la fine di Costantinopoli il mondo è rinato dalle sue ceneri, ma solo quelli che hanno saputo raccoglierle hanno spiccato il volo.

 

Le vite dei Santi della predella sono un esempio di vita ben spesa, forti di quello Spirito che hanno saputo cogliere e onorare, dipinte in uno stile prettamente giambelliniano a detta del Prof. Andrea de Marchi dell’ Università di Firenze, e lo si vede dalla compostezza formale della piccola icona dove subentra lo sfondo scuro in cui i Santi hanno quella scorrevolezza pari alla pellicola di un film che narra le loro bellissime storie in una modalità più moderna e meno statica e quindi più umana seppur densa di ardore.

 

Museo Piersanti – Matelica

 

Orari : Giovedi – Domenica  10-13 e 15-18

 

Tel  + 39 0732 3049

Tel +39  0732  84445

 

 

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